Cenni storici - Vicini

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Cenni storici sul Santuario della
Madonna della febbre
in Valbrona

Da “Itinerari Lariani ,,
di Aristide Gilardi
pubblicati nel giornale
“ L’Italia ,,

Si vende a beneficio del Santuario


Non c’è niente da stupire - Seguendo i «moleta» per la pianura lombarda - Una statuetta senza storia - Quando mancavano sieri e siringhe - Un rimedio che giova sempre.
Forse i lettori stupiranno, leggendo il titolo, nell'apprendere che tra i molti appellativi della Madonna c'è anche questo: <della febbre> ti diciamo febbre nello specifico senso di termine medico, di sintomo clinico. E ci riferiamo ad un mi­nuscolo santuarietto vallassinese che si nasconde, romito e timido, in una fresca insenatura del ruscello montano che da Valbrona scende nel lago di Lecco. Ammettiamo senz'altro che nome e santuario si colorano, almeno nelle apparenze, di un aspetto lievemente bizzarro e siamo disposti a concedere tutte le attenuanti a coloro che trovassero chiesuola e denominazione fuor delle cose comuni.
Nel bel mezzo, però, di questa consuetudine c'è una piccola storia, intrisa di fede e ammantata di tanta candida semplicità, che merita di essere rievocata per riassaporare, un pochino e da lontano, gli usi ed i costumi dei nostri vecchi.
Ecco qui.
Tutto origina da una statuetta di alabastro: una di quelle ordinarie ed artisti­camente insignificanti statuine della Madonna, con il Bambino tra le braccia, clic i nostri bisnonni buone anime tenevano con somma cura, sul cassettone della propria stanza come simbolo e richiamo di devozione alla Vergine Una statuetta senza storia e senza precedenti ; rinvenuta occasionalmente (ma non a caso), sul greto del ruscello, in un giorno imprecisato del 1779: prodigiosamente ritrovata, nei giorni successivi, nello stesso luogo, dopo che i fedeli s'erano premurati di recarla in Chiesa Parrocchiale. Visto così, senza ripetere altri certamente vani tentativi di fermarla in Chiesa i valbronesi le eressero un modestissimo tabernacolo tra il placido mormorio delle acque ed il profumo delle piccole corolle dei fiori campestri. Non si sa altro: le più belle tradizioni sono più sobrie di quanto si creda.
Gli arrotini.
Circondato di poesia e circonfuso di propizia tranquillità, il tabernacolo attirò i devoti che venivano a lui, rosariando, per confidare alla Madonna, con tetragona fiducia, le proprie nascoste pene ed i non sempre palesi crucci del cuore. Eravamo in tempi fortunosi striati d'affanni, pervasi di stenti. E la gente, allora, piena di fede  scendeva nella valletta per cercare e trovare nella preghiera la forza intima di andare, comechessia, innanzi. Tempi ancora di emigrazioni interne, di spostamenti abituali e continui per guadagnarsi alla meno peggio la michetta - quotidiana.
I Valbronesi s'eran dati, con buon profitto, al mestiere dell'arrotino e, ogni anno, al principio di novembre, subito dopo la festa dei santi impugnavano il tipico carrettino (che è stata una delle primissime realizzazioni autarchiche perché, all'occorrenza, si trasformava in mola, in officina ed in veicolo) e si sparpagliavano, a stormi, per le larghe strade della pianura lombarda. Uomini e ragazzi con il cappelluccio vallassinese , la giacca di fustagno, i calzoni pezzati da visibilissime rattoppature varcavano paesi e città al grido di el moleta ! e arrotavano forbici e coltelli, falci e falcetti con non comune abilità. Lavoratori, contadinescamente (nel senso buono) tirchi e guardinghi, tiravan la cinghia ed eran tutt'occhi per parsimoniare un soldarello dietro l'altro e costituirsi c'osi l'agognato mucchietto per la vecchiaia.
Senonchè avvezzi all'aria ossigenata dei monti nativi, mal reggevano al clima della pianura e, uno adesso e uno dopo, ammalavano. Di solito erano facile preda della malaria; e intristivano, si accasciavano, si riducevano ad ombre lunghe ed al­lampanate. Allora, poco alla volta, risalivano, a malincuore, le stradicciuole erte della Vallassina e si adagiavano nel forzato riposo.
Lumicini propiziatori.
Rincantucciati a Valbrona. supportavano senza querimoniare le noie della terzana; lasciavano trascorrere, pazientemente, i periodi acuti della malattia, ma poi, adagio adagio, nell' intermezzo dei brividi malarici, si trascinavano sulla soglia della propria casa a beversi, con tutto il corpo, il provvido calore del sole. Nelle giornate belle, primaverilmente lucide, arrischiavano qualche passo anche più in là; e si spingevano fino al tabernacoletto della Madonna della Valle. A quell'epoca nessuno sognava l'anofele trasmettitore del bacillo, le misure antimalariche, i sieri polivalenti, le iniezioni: ci si andava, in parie alle cure empiriche, alla ”vix medicatrix naturae “ e per il resto (che è il più) alla profonda saggezza del completo abbandonarsi in Dio.
<Quando andavano alla < Madonna della Valle> (nei primi tempi si chiamava così) gli arrotini malarici portavan nelle tasche un vasetto con l'olio, uno stoppino e qualche fiammifero. E, dopo aver recitato il rosario, s'affaccendavano ad accendere un lume propiziatorio alla Vergine. A volte i lumicini eran molti e, la sera, passando sul sentiero che portava a Onno e al lago, si vedeva il poetico chiarore di devote fiammelle che riverberavano, davvero, su di un piano terreno, la luce della fede. La Madonna, bisogna dirlo senza la più lieve ombra di rispetto umano, ascoltava, benigna, le preghiere di quella povera gente e impetrava la guarigione degli arrotini che, senza sieri e senza misture, tornavano, gioiosi, al proprio lavoro Un tempo la malaria s'era così diffusa da considerarsi, ormai, come una malattia endemica e, voto su voto, promessa su promessa, si finì per decretare, a voce di popolo, che se l'epidemia (diciamo così, pur sapendo che non si tratta di forma epidemica vera e propria) fosse cessata si sarebbe innalzata, per gratitudine, una chiesetta alla « Madonna della Febbre ».
Lungo gli anni.
Ecco spuntare la cagione, per niente impropria, dell'appellativo della Madonna; ed ecco il santuarietto venire su in posizione singolare ed artisticamente suggestivo. La fama si sparse, si diffuse ad onde larghe e concentriche, passò nei paesi vicini, la chiesuola divenne la meta dei febbricitanti, di coloro che guardano con occhi ansiosi la colonnina di mercurio nel termometro, di quelli che, non completamente a torto, fidan di più nella «Salus infirmorum» che nella lastra delle radiografie e nei centimetri cubici delle fialette per iniezioni. Lungo gli anni si perdette l'origine precisa della denominazione, ma l'appellativo di «Madonna della Febbre» rimase; si stabilì; figurò sulle cartine topografiche, sugli atti dell'archivio parrocchiale, nel l'anima del popolo soprattutto.
La gente è sempre venuta alla chiesetta a pregare per gli ammalati; e si dice che abbia ottenuto miglior successo (con tutto il rispetto parlando) che frequentando cliniche e ospedali. Il santuarietto, abbellito e restaurato nel maggio 1941, ebbe l'onore della Visita dell'Eminentissimo Card. Schuster già a Valbrona per la visita pastorale. I moleta dei settecento non avrebbero immaginato mai che i loro voti, la loro preghiera, i loro tenui lumicini ad olio fossero tanto graditi alla Vergine e di­spiegassero tanta efficacia fino a dare voce e volto ad un santuario che associasse, non immeritatamente, il nome unico della Madonna a quello, umilissimo della loro febbre. Un piccolo trionfo, anche questo, della non mai abbastanza lodata fede dei nostri vecchi che erano, senza saperlo, a modo loro, saggi della vera saggezza; quella che, in ogni contingenza, s'inginocchia a pregare, reverente, l'Altissimo.   

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